The Wake review on The Pit Of The Damned

In Romania, quelli della Loud Rage Music hanno un certo fiuto nell’assoldare le band. Dopo i Kultika, ma prima ancora Grieving Mirth e Bereft of Light, tanto per fare qualche nome, ecco arrivare il duo rumeno/teutonico dei The Wake, da non confondere con gli omonimi finlandesi di inizi anni 2000. I nostri, sotto gli pseudonimi V e XII, ci guarniscono le orecchie con il debut ‘Earth’s Necropolis’ e la loro miscela di black melodico che vede nell’incipit strumentale “Proem” un buon punto di partenza per fornire fuorvianti indicazioni dal sapore dark doom sulla proposta musicale della band. Quello che posso sottolineare è un approccio musicale che guarda alla scena black scandinava come punto di riferimento. Questo diviene però palese solo nella seconda “Isolated Illusion”, song dotata di un sound tagliente e melodico quanto basta per scendere a facili paragoni con bestiacce quali Unanimated e Dissection. Buono l’apparato ritmico, sempre ben bilanciato tra glaciali sfuriate black e squarci pregni di melodia che smorzano la violenza intrinseca nelle note di questi due musicisti. I brani sono diretti, secchi e brevi: “Lost Painting” dura tre intensi minuti, una tempesta il cui elemento portante, oltre allo screaming belluino del vocalist, è sicuramente il basso. Si corre sui binari di un tumultuoso post black con “Cadavers”, una traccia che nei momenti più oscuri e ritmati, ha un che dei Cradle of Filth nelle sue corde. Si procede spediti e si arriva alla più criptica “Ship Of Hope” che vede il featuring al microfono di Joshua Kabe Ashworth dei christian metallers americani Society’s Finest. “The Painter Of Voices” è un altro pezzo convincente che ammicca alla scena svedese, mentre le successive ed arrembanti “Earth’s Necropolis” e “Trial Against Humanity” vedono altre due partecipazioni eccellenti: Michael Pilat, ex dei The Ocean nella prima e Costin Chioreanu dei Bloodway nella seconda a dare il loro prezioso contributo. In definitiva, ‘Earth’s Necropolis’, pur non inventando nulla di nuovo, si propone come un disco interessante per gli amanti di sonorità abrasive ma melodiche in ambito estremo. Concluderei, elogiando la lugubre cover del disco a cura di Travis Smith che in passato ha prestato i suoi servigi a gente del calibro di King Diamond, Death, Opeth, Devin Townsend e Katatonia, giusto per citarne alcuni.

Voto: 70

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